Quando il risultato ritorna, vale la pena osservare che cosa lo ricostruisce
Può accadere in una relazione personale: decidi che, da quel momento, sarai più chiara/o, vuoi sottrarti a una disponibilità diventata eccessiva oppure, quando arriva una nuova richiesta, riesci finalmente a dire di no.
Poi percepisci la delusione dell’altra persona, avverti una distanza che prima non c’era e temi di avere compromesso qualcosa di importante; cominci allora a spiegare le ragioni della tua scelta, attenui la posizione che avevi assunto, offri un’alternativa e, quasi senza accorgertene, riprendi su di te una parte di ciò che avevi deciso di lasciare, fino a ritrovarti, dopo qualche settimana, in una situazione molto simile a quella dalla quale eri partita/o.
Può accadere anche nel lavoro, quando un responsabile decide di delegare con maggiore chiarezza, assegna un compito, definisce il risultato atteso e lascia al collaboratore lo spazio necessario per raggiungerlo; di fronte alle prime incertezze, però, le richieste di conferma aumentano, i tempi si allungano e il rischio di errore diventa più evidente, così il responsabile, nel tentativo di proteggere il risultato, riprende progressivamente il controllo.
Qualche tempo dopo, osserva ancora una volta che il gruppo dipende eccessivamente da lui/lei e può convincersi che, in quella realtà, delegare sia molto più difficile di quanto avesse previsto.
Le due esperienze appartengono a contesti differenti, eppure contengono lo stesso dettaglio: il cambiamento era iniziato davvero, la decisione era stata presa e il primo comportamento era coerente con quella decisione, ma qualcosa, nello scambio con la realtà circostante, ha progressivamente ricostruito la posizione precedente.
La decisione era presente; ciò che merita attenzione è ciò che è accaduto subito dopo.
Il risultato visibile racconta soltanto una parte
Quando una situazione si ripete, siamo portati a concentrare lo sguardo sul suo esito: la persona continua a rendersi troppo disponibile, il responsabile continua ad accentrare, il gruppo continua a dipendere da lui e una decisione che sembrava definitiva torna ancora una volta a essere negoziata.
Il punto più evidente finisce così per sembrarci anche quello sul quale intervenire; proviamo a rafforzare la volontà, migliorare la comunicazione, controllare maggiormente il comportamento oppure introdurre una strategia diversa e, qualche volta, il risultato cambia per un certo periodo, salvo poi ricomparire con modalità apparentemente nuove.
Il Metodo C.R.I.S.S. ThinkHack!ng™ nasce per rivolgere lo sguardo verso quella parte della realtà che rimane meno visibile, ma che continua a orientare ciò che accade.
Ogni scelta, infatti, si inserisce in una trama di relazioni, ruoli, aspettative, significati e consuetudini che si è organizzata nel tempo; quando una persona modifica la propria posizione, anche ciò che la circonda deve trovare un nuovo assetto e, proprio in questo passaggio, possono emergere movimenti capaci di ricondurre gradualmente la situazione verso l’equilibrio conosciuto.
La ripetizione, allora, smette di essere soltanto un ostacolo e diventa un’indicazione: segnala che, accanto a ciò che vediamo, esiste una logica che merita di essere riconosciuta.
Un modo diverso di leggere ciò che accade
Il Metodo C.R.I.S.S. ThinkHack!ng™ prende forma nello spazio che si apre tra ciò che una persona desidera cambiare e ciò che la sua realtà continua concretamente a produrre; uno spazio nel quale la domanda più utile può essere diversa da quella che ci siamo posti fino a quel momento.
A volte cerchiamo una risposta migliore, quando è il punto dal quale stiamo osservando la situazione ad avere bisogno di maggiore precisione; altre volte concentriamo l’attenzione sul comportamento di una singola persona, mentre il significato di ciò che accade diventa comprensibile soltanto allargando lo sguardo alle relazioni e agli equilibri nei quali quel comportamento si inserisce.
Cambiare punto di osservazione permette di cogliere connessioni che prima apparivano separate, distinguere ciò che appartiene al problema visibile da ciò che continua ad alimentarlo e riconoscere possibilità che, dall’interno della configurazione abituale, rimanevano difficili da immaginare.
Il Metodo accompagna questo passaggio con rigore e misura, affinché la comprensione diventi sufficientemente chiara da sostenere decisioni concrete, rispettose della persona e praticabili nel suo sistema di vita reale.
Un patrimonio nato dal lavoro sul campo
Il Metodo C.R.I.S.S. ThinkHack!ng™ si è sviluppato in oltre venticinque anni di lavoro con persone, professionisti, gruppi e organizzazioni, attraverso migliaia di ore di osservazione, confronto e intervento in situazioni nelle quali il cambiamento desiderato incontrava equilibri personali, relazionali e professionali più complessi di quanto apparisse inizialmente.
Formazione, orientamento, counseling sistemico-relazionale e coaching hanno contribuito alla sua costruzione, confluendo progressivamente in un sistema unitario di lettura e di intervento; il suo valore risiede nell’integrazione originale di queste competenze, nella precisione con cui vengono applicate e nella capacità di riconoscere, dentro ogni situazione, il punto dal quale può diventare possibile un movimento reale.
Ogni percorso viene quindi costruito intorno alla persona, alla sua domanda e al contesto nel quale il cambiamento dovrà trovare stabilità, mentre la struttura fondante del Metodo orienta il lavoro, la scelta degli strumenti e la direzione dell’intervento.
Ciò che dall’esterno può apparire come una domanda, un cambio di prospettiva o una nuova possibilità di scelta nasce, in realtà, da un’architettura metodologica più ampia, che rimane al servizio del percorso senza appesantirlo con spiegazioni teoriche o procedure standardizzate.
Dallo sforzo alla precisione
Quando la logica che sostiene una situazione rimane sullo sfondo, fare di più può significare continuare a muoversi nella stessa direzione con maggiore intensità; quando quella logica diventa riconoscibile, invece, è possibile scegliere dove intervenire, quali risorse utilizzare e quale cambiamento possa essere sostenuto senza ricostruire continuamente il punto di partenza.
La trasformazione acquista così una qualità diversa: richiede meno dispersione, produce decisioni più lucide e permette alla persona di riconoscere che cosa desidera conservare, che cosa può modificare e quale posizione è pronta ad assumere nella propria realtà.
Quando la ricorrenza acquista un nome
Ciò che si ripete può essere la traccia visibile di una logica più ampia, capace di attraversare comportamenti, relazioni e contesti differenti, continuando a produrre effetti simili anche quando cambiano le circostanze e le intenzioni dichiarate.
È dentro questo scarto, tra il cambiamento desiderato e il risultato che ritorna, che il Metodo riconosce la presenza di ciò che ho chiamato Strutture Invisibili.
Dare un nome a queste strutture consente di rivolgere lo sguardo verso una parte della realtà che, fino a quel momento, era rimasta sullo sfondo; riconoscerle richiede però una lettura più profonda, perché la loro forza consiste proprio nella capacità di agire mentre continuiamo a considerare naturale, necessario o inevitabile ciò che producono.
Una prima esperienza del Metodo
Pensa a una situazione personale o professionale che continua a ripresentarsi, anche se hai già provato a modificarla e, per qualche momento, lascia sospesa la ricerca di un’altra soluzione.
Osserva il risultato che ritorna e domandati:
Se ciò che si ripete fosse la traccia percorribile di qualcosa che ancora non riesco a vedere, dove avrei bisogno di dirigere lo sguardo?
Da questa domanda può iniziare una lettura diversa.

Le attività proposte da Cristina Scardanzan sono attività di formazione ai sensi della Legge 4/2013 e non costituiscono attività di psicoterapia, diagnosi o trattamento medico-sanitario.