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Stai guidando o stai solo tenendo il volante?

E’ una domanda che mi porto dentro da anni e che ho imparato a riconoscere negli occhi delle donne che incontro.Non è una domanda che si fa ad alta voce perché è silente, arriva nei momenti di quiete, e, quando finalmente riesce a farsi spazio tra una cosa e l’altra, è quella sensazione che qualcosa, da qualche parte, non torna, è quella percezione che la tua vita stia “accadendo”.

Hai mai avuto questa sensazione?

Non ti chiedo se sei stanca. La stanchezza la conosciamo è visibile, ha un nome e si misura in ore di sonno mancate e weekend che non bastano mai. Ti chiedo qualcosa di più preciso. Ti chiedo se, in questo momento, la tua vita la stai scegliendo o la stai solo gestendo.

C’è una differenza enorme tra le due cose. e spesso non la si vede dall’esterno, perché entrambe producono movimento, risultati e l’apparenza di una vita che funziona.

Ma il funzionare non è il vivere. E questo, nel profondo, lo sappiamo tutte.

Chi gestisce risponde e chi sceglie decide. Chi gestisce si adatta al ritmo degli altri, dei figli, del lavoro, delle aspettative e degli imprevisti. 

Chi sceglie stabilisce, anche parzialmente, il proprio ritmo. Chi gestisce vive nell’urgenza mentre chi sceglie vive nell’intenzione.

Non è una questione di carattere, non è una questione di forza e nemmeno di disciplina. È una questione di consapevolezza e di quello che ci siamo raccontate nel tempo su chi siamo, su cosa ci è concesso volere e soprattutto su quanto possiamo occupare spazio nella nostra stessa vita.

Fermati un momento, adesso. Pensa all’ultima decisione importante che hai preso nel lavoro, in famiglia e per te. Piccola o grande che sia non importa, osservala. 

Quella decisione è partita da te, da quello che volevi, da quello che sentivi giusto e da una direzione che avevi scelto? Oppure è partita da ciò che si aspettavano da te, da ciò che sarebbe stato più semplice, da ciò che era già lì davanti e non richiedeva di scegliere?

Non c’è la risposta giusta, c’è solo la tua risposta, quella onesta, quella che arriva prima che la mente razionale cominci a sistemare e giustificare.

Le neuroscienze ci dicono una cosa che trovo preziosa e, allo stesso tempo, un po’ inquietante: quando siamo sotto pressione cronica, e la vita di molte di noi è sotto pressione cronica, il cervello entra in una modalità di sopravvivenza, smette di pianificare, smette di valutare, soprattutto smette di scegliere e delega tutto alla parte più antica di sé, quella che sa solo reagire.

In quella modalità non ci muoviamo verso quello che vogliamo. Ripetiamo ciò che conosciamo.

Ripetiamo copioni imparati a casa, da bambine e ripetiamo ciò che abbiamo visto fare; ripetiamo perché il cervello, sotto pressione, sceglie sempre il percorso che conosce, anche se quel percorso ci porta sempre nello stesso posto.

Tuttavia, il posto in cui arriviamo, spesso, è questo: una vita che funziona benissimo e che sentiamo, in qualche angolo silenzioso di noi, non del tutto nostra.

Quanto di quello che fai ogni giorno lo hai scelto tu e quanto ti è semplicemente capitato, e poi è rimasto?

Questa è la domanda che precede ogni cambiamento reale.

Perché non si cambia ciò che non si vede e non si trasforma ciò che non si riconosce.

Riconoscere, nominare, guardare estare con quello che si trova è già, in sé, un atto di potere.

Immagina di essere su una barca. L’acqua è sempre in movimento sempre, questo è un fatto. La corrente c’è, il vento c’è e le onde ci sono.

La domanda non è: come faccio a fermare la corrente?

La domanda è: ho un timone in mano?

Infatti, si può stare in acqua in due modi molto diversi: puoi essere trascinata, e arrivare comunque da qualche parte, magari anche lontano e in un bel posto, ma non hai scelto tu la direzione.

Oppure puoi navigare, tenendo conto della corrente, rispettando il vento, sapendo che non controlli l’oceano ma sapendo anche, con chiarezza, dove vuoi andare.

La differenza, infatti, non sta nella forza, sta nella consapevolezza della direzione.

A questo punto te lo chiedo direttamente:

In questo momento della tua vita, dove stai andando?

Non in senso geografico e nemmeno in senso professionale.

Dove stai andando tu come persona, come donna, come essere umano che ha desideri, confini, sogni, stanchezze e cose ancora non dette. 

E quella direzione, l’hai scelta tu?

Oppure è la corrente che ti ha portata fin qui, e tu hai imparato ad amarla, a chiamarla destino, ad abitarla così bene che ormai non sai più distinguere tra ciò che hai scelto e ciò che è semplicemente rimasto.

Non ho una risposta per te. Non ce l’ho perché non è la mia risposta che conta ma è la tua.

Quello che so è questo: le donne che incontro non sono mai in difficoltà per mancanza di capacità ma sono in difficoltà perché non si sono mai fermate abbastanza a lungo da chiedersi cosa vogliono davvero e da credere che quella domanda meritasse una risposta.

Come se volere fosse un lusso, come se scegliere fosse arroganza e come se occupare spazio nella propria vita richiedesse un’autorizzazione che non si finisce mai di guadagnare.

E invece no.

Scegliere è il gesto più elmentare e più rivoluzionario che esista perchè non richiede di essere pronte e nemmeno di avere tutto chiaro ma chiede solo di smettere, per un momento, di rispondere e di domandarsi, invece, cosa si vuol dire.

Inizia da qui.

Non da un piano, non da una lista ma da una semplice domanda, quella che hai evitato più a lungo.

Scrivila. Anche solo per te. Anche solo su un foglio che nessuno vedrà mai.

Le domande giuste non hanno bisogno di risposta immediata, hanno bisogno di spazio.

E tu, forse, hai aspettato abbastanza prima di dartelo