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Il tempo che non abbiamo e quello che non possiamo perdere

Hai mai avuto la sensazione di rincorrere qualcosa che si muove più veloce di te? Non perché tu sia lento/lenta, ma perché il paesaggio attorno a te cambia mentre cammini, e quando arrivi dove puntavi, quel posto non esiste più nella forma che avevi immaginato.

Questa sensazione la conosco bene: la vivo ogni giorno in aula, nei percorsi formativi e nei colloqui con le persone che incontro, ed è proprio da questa sensazione che voglio partire per iniziare la riflessione che mi sta a cuore da tempo.

Da venticinque anni mi occupo di come le persone apprendono e le sostengo in questo straordinario cambiamento. Ho attraversato decenni di teorie didattiche, ognuna con la propria verità e ognuna figlia del suo tempo. Nel corso del Novecento, la riflessione su come si apprende ha attraversato trasformazioni profonde: dalla pedagogia attiva di Dewey, che ha posto l’esperienza al centro del processo educativo al socio-costruttivismo di Vygotskij, che con la zona di sviluppo prossimale ha mostrato quanto l’apprendimento sia un fatto prima sociale e poi individuale, alle intelligenze multiple di Gardner, che negli anni Ottanta ha restituito una visione plurale dell’intelligenza. Questo percorso ci porta fino all’apprendimento esperienziale di Kolb e, negli ultimi vent’anni, al brain-based learning e alle neuroscienze educative, che stanno offrendo basi biologiche a ciò che la pedagogia intuiva da tempo.

Ciascuna di queste teorie ha arricchito la mia pratica e ogni modello mi ha dato strumenti straordinariamente utili. Ho imparato che il cambiamento è lento, che le strutture cognitive si trasformano con la cura e che l’apprendimento significativo richiede tempo, ripetizione, ridondanza e molti spazi di riflessione sul processo. È necessario che un contenuto sia saldamente collegato a ciò che già si conosce, personalmente rielaborato e vissuto in contesti diversi. Sul piano neurologico, poi, tutto questo corrisponde a qualcosa di stupefacente e concreto: non si “aggiunge” un’informazione, ma si trasformano le connessioni, si riorganizzano gli schemi di significato, perché un cervello che apprende è un cervello che si adatta e che costruisce.

E poi sono arrivati gli ultimi cinque anni.

Non sto parlando di un’evoluzione graduale ma di qualcosa che assomiglia più a una spaccatura. Lo stile cognitivo dei miei studenti è cambiato prima ancora che io avessi il tempo di analizzare i risultati della sperimentazione precedente, e con esso, la domanda che mi porto dentro ogni giorno è diventata incombente e di assai difficile risposta: “come si insegna quando tutto cambia troppo in fretta?”

Il passaggio dall’analogico al digitale ha spostato un po’ le coordinate, ma è con l’avvento dell’intelligenza artificiale che la trasformazione ha assunto una velocità che, onestamente, a tratti spaventa anche me. Non perché l’AI sia un pericolo, ma perché richiede un cambio di paradigma che non possiamo più rimandare.

Non ha senso lavorare solo sulla qualità di ciò che offriamo, perché il confronto è impari. Allora dove agiamo? Lo dobbiamo fare sui processi, perché è lì che si gioca la vera partita.

Ho visto lavori scritti da studenti con sezioni impeccabili nello stile e vuote nel contenuto. Ho imparato a riconoscerli a colpo d’occhio, e non perché sia particolarmente brava, ma perchè l’AI, quando non è guidata, produce testi con una bellissima sequenza di parole, ma senza profondità di pensiero.

Ho cominciato a usare l’espressione “neurodivergenza tecnologica” per descrivere ciò a cui stiamo assistendo. Non lo dico con tono allarmistico, ma con la consapevolezza di chi lavora ogni giorno con persone in età evolutiva, e non, e vede qualcosa di nuovo: una generazione che apprende in modo diverso, non peggiore, ma diverso, e che, al tempo stesso, deve ancora sviluppare le aree del pensiero che presiedono all’analisi profonda, alla progettazione, alla strategia e al pensiero critico. Quelle aree che abbiamo sempre allenato con la lentezza, la ripetizione, l’errore e la riflessione metacognitiva.

L’errore, lo sappiamo, è centrale nell’apprendimento perché attiva i circuiti dell’adattamento. Il feedback che segue un errore, infatti, ristruttura le connessioni cognitive in modo più solido di qualsiasi spiegazione perfetta e, aggiungo, è proprio la riflessione su ciò che non ha funzionato il motore del cambiamento reale.

Ritengo che il problema risieda sostanzialmente nel messaggio che arriva da fuori: “se sei lenta/lento, sei fuori. Se non sei al passo, non vali!”

É in questo cortocircuito che vedo le persone, giovani e meno giovani, perdere fiducia nel proprio ritmo, come se la lentezza fosse un difetto invece che una condizione necessaria per apprendere davvero.

Pensiamo a come era quando abbiamo iniziato a usare i primi computer: per installare i software, o ottimizzarne le funzioni avanzate, era necessario lavorare in prompt di DOS. Non era un ostacolo, era semplicemente un processo che costruiva comprensione. Oggi le interfacce fanno tutto per noi, e questo è spesso un vantaggio, ma la domanda che mi pongo è: “cosa stiamo cedendo, in termini di pensiero, ogni volta che deleghiamo un processo?”

L’integrazione dell’AI nei contesti formativi è inevitabile, necessaria e straordinariamente affascinante, ma deve avvenire con una grande consapevolezza proprio per evitare che l’AI si sostituisca a chi apprende. Questo non è un problema tecnico, bensì una questione culturale perché richiede di uscire dalla logica del solo “come si usa” per entrare in quella del “perché si usa”, quando si usa, cosa devo sapere fare io, da sola/solo, prima, dopo e intorno a questo strumento”.

Significa, pertanto, immaginare nuove competenze da attivare. Non possiamo sapere oggi quali competenze saranno decisive fra dieci anni. Ma possiamo, e dobbiamo, sviluppare nelle persone qualcosa di più solido: la capacità di adattarsi, di imparare a imparare e di fare le domande che contano per imparare a governare i processi. Notiamo già, infatti, che non si sa più porre una domanda adeguata nemmeno a un motore di ricerca: si formula come se si parlasse a un’intelligenza artificiale, si presuppone l’interpretazione e si rinuncia alla precisione.

Fare una buona domanda è un atto cognitivo di alto livello. Nessuna AI può insegnarti a farlo perché solo il pensiero critico ne è in grado.

E dunque, cosa facciamo? Io non ho tutte le risposte, ma so da dove cominciare: da un cambio di postura. Il mio compito, come educatrice e formatrice, non è, ormai da tempo, quello di trasmettere contenuti, ma è mio dovere creare condizioni affinchè le persone possano pensare, sbagliare, rielaborare e crescere, con metodo, con presenza, con chiarezza e con la consapevolezza che stiamo vivendo un momento storico in cui la velocità esterna non può dettare il ritmo del cambiamento interno.

L’apprendimento ha le sue leggi e il cervello ha i suoi tempi. Nessuna tecnologia, per quanto meravigliosa, può sostituire il processo con cui una persona diventa davvero competente.

Possiamo usare ogni strumento disponibile e possiamo, anzi dobbiamo, abbracciare l’innovazione, ma abbiamo il dovere di farlo con uno sguardo verso un orizzonte lontano, custodendo ciò che l’accelerazione rischia di farci scartare: la capacità di sostare su un’idea, di rivoltarla, di sbagliarsi e saper come ricominciare.

Dedicato al mio Maestro, prof. Paolo Banfi