Nel mio articolo precedente mi sono fermata su una domanda che continua ad accompagnarmi ogni giorno, in aula e nei percorsi formativi: come si insegna quando tutto cambia troppo in fretta, quando la velocità esterna sembra non lasciare spazio ai tempi necessari dell’apprendimento, quando il rischio più grande non è restare indietro, ma smettere di comprendere davvero ciò che si attraversa.
È una domanda che, nel frattempo, ha trovato un punto di appoggio più preciso, quasi una lente attraverso cui osservare ciò che accade; lavorando nel laboratorio di sperimentazione didattica sull’uso dell’intelligenza artificiale come mediatore, ho iniziato a vedere qualcosa che prima restava sullo sfondo, qualcosa che non riguarda solo i processi, ma la materia stessa con cui il pensiero si costruisce: il linguaggio.
Nel laboratorio di sperimentazione didattica che sto conducendo sull’uso dell’iAI come mediatore didattico, è emersa un’osservazione che considero particolarmente significativa.
Durante un’attività guidata di alfabetizzazione all’uso di NotebookLM, abbiamo affrontato un tema di diritto civile. Il percorso era stato costruito con attenzione, utilizzando diverse strategie didattiche, e si era concluso anche con una verifica degli apprendimenti. In un secondo momento, abbiamo caricato in NotebookLM l’intera produzione collettiva della classe, più una dispensa scritta da me, chiedendo all’AI di costruire un dibattito su una questione specifica, interna al tema già trattato.
Nel laboratorio di sperimentazione didattica che sto conducendo sull’uso dell’iAI come mediatore didattico, è emersa un’osservazione che considero particolarmente significativa.
Durante un’attività guidata di alfabetizzazione all’uso di NotebookLM, abbiamo affrontato un tema di diritto civile. Il percorso era stato costruito con attenzione, utilizzando diverse strategie didattiche, e si era concluso anche con una verifica degli apprendimenti. In un secondo momento, abbiamo caricato in NotebookLM l’intera produzione collettiva della classe, più una dispensa scritta da me, chiedendo all’AI di costruire un dibattito su una questione specifica, interna al tema già trattato.
L’esito è stato spiazzante: NotebookLM è stato in grado di generare un dibattito che, pur insistendo su contenuti già affrontati e già verificati, ha richiesto agli studenti un nuovo passaggio di comprensione. È come se il materiale, una volta riorganizzato dalla macchina in forma dialogica e argomentativa, tornasse davanti al gruppo non come semplice restituzione, ma come nuova mediazione cognitiva. Non un duplicato del già noto, dunque, ma una sua riconfigurazione; ciò che abbiamo riscontrato riguarda, infatti, un aspetto decisivo: la levatura linguistica prodotta dall’AI.
In quel passaggio ho riconosciuto qualcosa che, nella pratica didattica, si rischia di dare per scontata implicito: il lessico, prima ancora di essere strumento di comunicazione è ciò che rende possibile pensare davvero, e oggi, laddove l’intelligenza artificiale è in grado di produrre testi formalmente impeccabili, questa evidenza questa evidenza si mostra con una forza rinnovata.
Il linguaggio restituito si è collocato, in più punti, su un piano lessicale, sintattico e argomentativo più elevato rispetto alla maggioranza dei materiali forniti, allineanandosi al liguaggio più rigoroso della dispensa e si è collocato al di sopra del livello di piena accessibilità immediata per gli studenti.
Questo ci pone a una ulteriore riflessione didattica: quanto l’intelligenza artificiale media, non si limita a riorganizzare i contenuti, ma tende anche a riposizionarli linguisticamente e cognitivamente?
Il punto, pertanto, non è soltanto quello di chiedersi se lo strumento “funzioni”, ma, piuttosto, comprendere che cosa stia facendo realmente dentro il processo di apprendimento. Se l’IA diventa mediatore didattico, il docente non può solo osserevare, ma deve presidiare con ancora maggiore consapevolezza la distanza tra contenuto, forma linguistica e possibilità reale di appropriazione da parte degli studenti.È precisamente in questo spazio che la sperimentazione si fa interessante: non dove la macchina sostituisce il lavoro didattico, ma dove ci costringe a vedere meglio che cosa, nell’apprendimento, ha ancora bisogno di essere accompagnato, tradotto, rielaborato e compreso.