C’è un punto preciso in cui una persona smette di crescere e comincia soltanto a rinviare, continua a prepararsi, anche se ha già costruito tutto quello che serve per cominciare.
Parlo di persone strutturate, abituate a studiare, a verificare e a tenere conto delle conseguenze prima di agire, non di chi improvvisa, di chi si lancia senza strumenti o di chi confonde il coraggio con la superficialità. Persone che hanno alle spalle anni di esperienza, percorsi formativi, risultati e relazioni professionali costruite con cura; persone a cui, non a caso, gli altri chiedono spesso un parere, una soluzione e un consistente aiuto.
Eppure, arrivate al margine del bosco, davanti a un sentiero nuovo, si fermano. E quasi mai si fermano in modo evidente e brusco. Leggono ancora un altro testo, frequentano un altro corso, sistemano meglio un progetto già pronto, aspettano un momento più adatto e raccolgono un altro parere. Da fuori, tutto questo sembra coerente, serio e responsabile, e in parte lo è, la preparazione è una cosa seria, la competenza è una cosa seria, il rispetto per ciò che si offre agli altri è sempre una cosa seria. Io non credo alla retorica del “buttati e basta”, perché non tutti i sentieri si affrontano con stesso passo e non tutte le persone hanno bisogno di essere spinte in avanti.
Arriva un momento in cui la preparazione, però, smette di rendere più solido il passo successivo, e comincia semplicemente a rinviarlo.
La persona, in questo passaggio, non si percepisce ferma. Al contrario, si vede impegnata, operosa e in cammino e sta raccogliendo elementi e sta costruendo basi. Tutto vero, ma non tutto ciò che si muove va necessariamente nella direzione della scelta: a volte ci si muove moltissimo intorno a un guado, senza attraversarlo mai.
La questione, allora, non è se una persona sia preparata a sufficientza, ma se abbia già imparato a riconoscere il punto in cui la preparazione è sufficiente per passare dalla costruzione alla presenza.
“Sufficientemente preparata”. È un’espressione che molte persone competenti faticano a tollerare, perché suona come un abbassamento del livello, come un compromesso. Ed è esattamente il contrario: in un percorso professionale adulto, “sufficientemente” è una parola di grande maturità. Significa riconoscere un guado, il punto preciso in cui l’acqua si può attraversare senza bisogno che qualcun altro costruisca un ponte, significa sapere che nessun contesto, professionale, relazionale e organizzativo, funziona per garanzie totali, ma piuttosto per lettura del terreno, assunzione di responsabilità e aggiustamenti progressivi. Chi aspetta di sentirsi completamente pronto, spesso, non sta aspettando una competenza in più ma sta aspettando una certezza che non appartiene alla realtà con cui ha scelto di lavorare.
Qui la questione smette di essere solo individuale e diventa sistemica perché non riguarda soltanto ciò che la persona pensa di sé, ma anche il posto che ha occupato nel tempo, il modo in cui è stata riconosciuta dagli altri e le aspettative che si sono consolidate intorno a quella funzione.
In un’organizzazione, si osserva spesso che alcune risorse vengono valorizzate perché lavorano molto, gestiscono aspetti complessi e sostengono relazioni evitando e disinnescano gli attriti. Queste sono competenze fondamentali per la buona riuscita di un gruppo di lavoro, ma spesso il sistema si limita a riconoscerle solo dentro una funzione di supporto e raramente di guida. Le risorse umane maggiormente ricercate sono proprio quelle che comprendono, accompagnano si adattano e trovano soluzioni. Dalla parte del sistema sono preziosissime ma, se queste competenze sono l’unica forma attraverso la quale la persona riceve il proprio posto nel sistema, qualsiasi tentativo che venga fatto per ottenere una maggiore visibilità, rischia di essere letto come un ‘interferenza da riassorbire piuttosto che come una crescita professionale da sostenere
Tutti i sistemi, anche quelli estremamente collaborativi, tendono conservare le posizioni, così come le conosce. Per questo motivo, quando una persona cerca di riposizionarsi, il sistema si inqueta, e può iniziare a leggere quel tentativo di cambiamento come un pericolo, una distanza o persino ingratitudine. Ogni cambiamento, inevitabilmente, ridefinisce il campo relazionale in cui è inserito.
La persona coinvolta, quindi, si ritrova intrappolata: per uscirne può solo smettere di restare fedele alla funzione a cui è legata, quando quella stessa funzione non corrisponde più alla fase in cui si trova. E’ qui che si apre una delle domande più utili che una persona possa porsi:
sto ancora crescendo, o sto continuando a dimostrare di meritare il posto che occupo?
La differenza è sottile, ma decisiva. Quando cresco, mi preparo per ampliare la mia possibilità di scelta e quando dimostro, mi preparo per ottenere il permesso di scegliere. Nel primo caso la formazione apre, nel secondo trattiene. E’ in questo momento che entra, con pieno diritto, il tema dell’orientamento, orientarsi non significa soltanto individuare la strada giusta tra molte possibili, significa anche riconoscere il momento preciso in cui una strada smette di essere preparazione e diventa attraversamento.
La decisione perfetta, del resto, raramente esiste. Esistono decisioni coerenti con il punto in cui ci si trova, decisioni proporzionate alle competenze già acquisite e decisioni che possono essere corrette lungo il percorso
Per questo la domanda “sono pronta/pronto?” risulta poco utile perché chiede una garanzia che nessun contesto reale può offrire. La domanda più funzionale è un’altra, e deve contenere criteri verificabili, non riferirsi a mere sensazioni:
Ho le basi sufficienti per fare un primo passo responsabile?
So leggere il territorio in cui entro?
So dire con chiarezza che cosa offro, e che cosa non offro?
So chiedere un confronto quando serve, e correggere la direzione senza interpretare ogni aggiustamento come un fallimento?
Sono domande che non chiedono perfezione ma chiedono di prendere una posizione. Il passaggio decisivo, quasi sempre, è proprio questo: dalla competenza accumulata alla competenza posizionata. La prima resta patrimonio, e può restare invisibile, la seconda entra nel mondo, prende forma, diventa parola, proposta e progetto. Non è più soltanto ciò che una persona sa, ma diventa ciò che mette a disposizione
Molte persone competenti hanno un patrimonio ampio e una posizione ancora troppo piccola. Non perché manchi loro valore, ma perché hanno imparato a viverlo in modo prudente, sul margine del sentiero, un passo indietro e in attesa di essere chiamate e di ricevere una conferma esterna prima di riconoscersi il diritto di procedere. Tuttavia, alcuni passaggi non arrivano sotto forma di invito: vanno assunti, senza forzature, semplicemente con la chiarezza di chi riconosce che, per quella specifica fase, il tempo della sola preparazione è terminato.
Questo significa saper distinguere un apprendimento che avviene prima dell’azione da un apprendimento che può avvenire solo entrando nell’azione. Confondere questi due tempi significa restare a lungo in una preparazione che non incontra mai la realtà in cui si è immersi, e una competenza che non incontra mai il mondo, per quanto solida, resta materiale non ancora utilizzabile.
Il guado, in fondo, non arriva da solo, e il bosco non lo segnala con un cartello. Non sempre lo si sente e non sempre coincide con una sensazione di sicurezza. A volte lo si riconosce solo osservando i fatti: ho fatto abbastanza strada per iniziare, ho strumenti sufficienti per fare questo passaggio, ho esperienza sufficiente per formulare una proposta? Sono interrogativi che aprono un cammino fino ad ora chiuso.
Sovente, la svolta non avviene quando aggiungiamo un’altra competenza, ma si realizza quando smettiamo di trattare le competenze che già abbiamo come se non fossero ancora sufficienti per cominciare.