L’intelligenza artificiale può fare compagnia a una persona anziana. La questione decisiva riguarda la relazione che quella voce rende possibile.
Qualche giorno fa ho parlato con una signora che ha superato i novant’anni. È lucida, autonoma, in forma e, guardandola camminare sicura, elegante e altera, le si possono attribuire almeno 20 anni di meno.
Ogni giorno incontra le amiche per per il caffè e talvolta giocare a carte, esce spesso e mantiene vivi gli interessi e le relazioni. Ha dei figli presenti, affettuosi, e sempre disponibili al bisogno ma anche che sarebbero felice di vivere con lei.
Nonostante tutto questo, quando le ho chiesto quale fosse oggi la sua difficoltà più grande, mi ha risposto senza indugi: la solitudine. Poi ha aggiunto che sta pensando di andare a svernare in una casa albergo. Questa seconda frase ha cambiato immediatamente la mia interpretazione della frase precedente perchè la sua è una solitudine che convive con una rete sociale attiva, con incontri quotidiani, legami familiari e possibilità concrete di condivisione. La quantità delle persone presenti nella sua vita, dunque, racconta soltanto una parte della storia, l’altra riguarda il modo in cui lei sente di occupare una posizione dentro quelle relazioni.
Mi ha detto di sentirsi di peso sebbene nessuno attui comportamenti per farla sentire tale. Forse la casa albergo rappresenta, per lei, la possibilità di entrare in un contesto nel quale la presenza degli altri appartiene alla normale organizzazione della giornata, nel quale incontrare qualcuno, chiedere un aiuto, condividere un pasto o iniziare una conversazione non richiede di interrompere la vita di una persona appositamente per lei.
In una casa albergo la disponibilità è prevista dal contratto. Riceverla può diventare più semplice proprio perché non genera, almeno nella percezione della persona, un debito affettivo da compensare.
La solitudine, allora, comincia a mostrarci una delle sue forme meno palesi: si può essere circondati da persone, so può essere cercati, invitati, amati e, contemporaneamente, percepire la propria presenza come qualcosa che richiede agli altri tempo, energie e adattamento. Quando questa sensazione diventa quotidiana, non si riesce a sentire davvero come reale il fatto che si è amati e voluti da familiari ed amici, non ci si crede più fino in fondo e la sofferenza trova la strada per radicarsi nel profondo del cuore.
L’Organizzazione mondiale della sanità effettua un chiaro distinguo tra la solitudine e l’isolamento sociale: la prima ha a che fare con l’esperienza soggettiva relativa alla distanza, tra le relazioni che una persona desidera e quelle che sente davvero di avere; l’isolamento sociale, invece rappresenta la condizione oggettiva di chi ha pochissimi contatti e una rete sociale davvero scarna. Secondo le stime dell’OMS, circa una persona anziana su dieci sperimenta solitudine e una su quattro vive una condizione di grande isolamento sociale.
La vicenda di questa signora rende concreta quella distinzione. La sua rete, infatti, esiste e ciò che sembra essersi modificato è la posizione dalla quale lei sente di potervi partecipare. E’ proprio in relazione a questo aspetto che l’uso dell’intelligenza artificiale ci impone una riflessione particolare.
Da tempo sto riflettendo sui rischi che possono derivare, soprattutto per i ragazzi, da una frequentazione intensa delle intelligenze artificiali conversazionali. Una voce sempre disponibile, paziente, accomodante e capace di adattare il proprio linguaggio e le proprie risposte alle aspettative di chi la interroga può contribuire a costruire un’anticipazione distorta della relazione: stiamo parlando di un interlocutore che risponde immediatamente, non ha esigenze proprie, non si stanca, non si allontana, non domanda reciprocità e tende a organizzare la conversazione intorno all’utente.
Una relazione umana, invece, è estremamente complessa da vivere: ci sono sempre almeno due persone diverse che entrano in contatto con sistemi diversi di bisogni e un proprio codice di decodifica degli accadimenti della vita. La qualità di una relazione non dipende solo dal fatto che ci si parli o ci si veda spesso ma dipende prevalentemente da ciò che accade dentro il flusso di comportamenti: l’attesa tra le risposte, i momenti di incomprensione, le piccole frustrazioni provate a fronte delle azioni dell’altro e la conseguente necessità di trovare un accordo e ancora ila difficoltà ad accettare che l’altra persona è, e resta, sempre diversa da noi.
In una relazione sana, infatti, l’altro non diventa mai una copia di noi stessi, ma mantiene sempre la sua identità e il suo modo di essere.
In una fase evolutiva giovanile, nella quale le mappe relazionali sono ancora in fase di costruzione e stabilizzazione, la confusione tra sistemi relazionali di natura umana e sistemi artificiali a risposta ottimizzata può produrre una distorsione delle aspettative, incidendo sulla definizione di ciò che viene considerato ragionevolmente esigibile all’interno delle relazioni interpersonali.
Per una persona anziana, invece, la medesima disponibilità potrebbe assolvere una funzione differente.
Chi ha attraversato novant’anni di vita possiede già un patrimonio esteso di esperienze, relazioni, separazioni, conflitti, responsabilità e forme di reciprocità. In questo caso una voce artificiale può diventare uno strumento attraverso il quale accedere con maggiore facilità a informazioni, attività e persone, mantenere un ritmo quotidiano, esercitare alcune funzioni cognitive e superare quel piccolo ma decisivo ostacolo che consiste nel dover chiedere continuamente la disponibilità di qualcuno.
La stessa tecnologia, collocata in fasi differenti della vita e inserita in sistemi relazionali diversi, può dunque produrre conseguenze differenti.
Marco Camisani Calzolari, nel suo intervento dedicato a “Gli anziani e l’AI: la solitudine trasformata in business”, osserva che molti anziani negli Stati Uniti utilizzano già chatbot e assistenti vocali per attività quotidiane come leggere notizie, cercare ricette, rivedere fotografie o ascoltare musica.
Sottolinea l’ambivalenza di tale configurazione sistemica: da un lato, un dispositivo tecnologico caratterizzato da disponibilità continuativa, capacità adattiva e funzione di supporto relazionale percepito; dall’altro, una relazione che si struttura su una base di simulazione affettiva veicolata entro un modello di offerta commerciale. Si richiama, altresì, uno studio di osservazione condotto nel 2025 su un campione di 105 soggetti anziani residenti nello Stato del Kansas, dal quale è emersa, dopo sei mesi di utilizzo del dispositivo Alexa Echo Show, una riduzione dei livelli di solitudine percepita, pur in assenza di elementi metodologicamente sufficienti a ricondurre in via esclusiva tale effetto all’impiego dell’assistente vocale.
Altre revisioni della letteratura dedicate agli assistenti vocali e ai robot sociali rilevano effetti potenzialmente positivi sulla solitudine, sul coinvolgimento e sulla qualità della vita degli anziani, insieme alla necessità di studi più ampi, comparabili e prolungati nel tempo.
Nel luglio 2026 Camisani Calzolari ha presentato anche un robot umanoide progettato per offrire compagnia: un dispositivo a grandezza naturale capace, secondo quanto dichiarato dall’azienda produttrice, di riconoscere diversi stati emotivi attraverso il tono della voce, rispondere di conseguenza, ballare, accettare il contatto fisico e promettere una presenza affettiva permanente. Qui la questione diventa ancora più delicata. Un robot collocato dentro una casa può ascoltare conversazioni, conoscere abitudini, registrare preferenze, riconoscere variazioni nel tono della voce e conservare una parte crescente della storia personale di chi lo utilizza. La compagnia, la sorveglianza, l’assistenza e la profilazione possono così iniziare a convivere dentro lo stesso oggetto. Per questa ragione, la domanda da porci riguarda la funzione che decidiamo di attribuirgli.
Un’intelligenza artificiale può riempire le ore proponendo musica, giochi, quiz, notizie e conversazioni, può, anche, ricordare un appuntamento, facilitare una telefonata, leggere un libro, mostrare fotografie e rendere più accessibili attività che richiederebbero l’utilizzo di tastiere, schermi e applicazioni complesse.
Tutto questo rappresenta già un aiuto concreto. L’intrattenimento, tuttavia, può assumere una forma ancora più significativa quando restituisce alla persona una posizione attiva.
Immaginiamo, per esempio, un programma nel quale l’AI chieda all’anziano di raccontare la propria infanzia, il lavoro svolto, i cambiamenti attraversati, le ricette di famiglia, i luoghi conosciuti, le decisioni più difficili e ciò che ha imparato dalle proprie esperienze. La macchina potrebbe organizzare questi racconti, collegarli alle fotografie e trasformarli in un archivio da condividere con figli, nipoti o con una comunità. In questo caso la conversazione produce una memoria viva e destinata a circolare.
Potremmo costruire un programma chiamato “Una cosa che so fare”, nel quale ogni giorno la persona venga invitata a spiegare qualcosa: una ricetta, un gioco di carte, il modo in cui si affrontava un lavoro, una tradizione, una soluzione domestica o una competenza appresa nel corso della vita. Quei contenuti potrebbero diventare brevi messaggi, registrazioni o piccoli manuali da inviare ad altre persone. L’anziano tornerebbe così a occupare il ruolo di chi trasmette e contribuisce a fare la differenza nella vita dei proprio cari.
Un “giornale dialogato” potrebbe essere configurato come dispositivo informativo-interattivo, idoneo a selezionare quotidianamente contenuti informativi coerenti con il profilo di interessi dell’utente, a contestualizzarne sistematicamente il significato e a raccogliere in forma strutturata le relative osservazioni e valutazioni soggettive. Tali input potrebbero essere successivamente rielaborati al fine di predisporre nuclei tematici utili alla discussione in contesti relazionali successivi, quali incontri con familiari, reti amicali o gruppi sociali organizzati.
In modo analogo, un sistema di elaborazione musicale potrebbe operare come strumento di ricostruzione biografico-narrativa, attraverso la selezione e l’associazione di repertori sonori riconducibili alle diverse fasi del ciclo di vita dell’individuo, favorendo l’emersione di memorie autobiografiche suscettibili di rielaborazione e condivisione. Un circolo di lettura vocale potrebbe essere strutturato come ambiente di mediazione culturale, nel quale la proposta di testi narrativi sia funzionale alla produzione di riflessioni condivise tra soggetti appartenenti alla medesima fascia d’età, secondo logiche di interazione orizzontale.
Un assistente digitale, infine, potrebbe assolvere funzioni di facilitazione sistemica dell’accesso ai servizi territoriali, mediante attività di promemoria, organizzazione degli appuntamenti, supporto alla mobilità e intermediazione procedurale per la prenotazione di prestazioni o attività. In tale quadro, lo stesso sistema potrebbe estendere la propria funzione di supporto alla fase decisionale relativa a percorsi residenziali assistiti, quali il trasferimento temporaneo in strutture di tipo casa albergo, attraverso la presentazione ordinata dei servizi disponibili, la prefigurazione delle attività offerte, la raccolta delle preferenze individuali e la facilitazione dei primi contatti relazionali. In tale modo, il passaggio da una condizione abitativa all’altra verrebbe ricondotto a un processo decisionale consapevole e progressivo, strutturato come percorso informato, anziché come risposta contingente a una condizione di deprivazione relazionale.
In tutti questi casi l’intelligenza artificiale opera come mediatore. La sua voce entra nella giornata, ma ciò che produce è destinato a uscire dalla macchina e a raggiungere il sistema umano.
È questo, a mio avviso, il criterio con il quale dovremmo iniziare a progettare programmi di intrattenimento e accompagnamento rivolti alla terza e alla quarta età.
I minuti di interazione con un sistema di intelligenza artificiale costituiscono un indicatore debole ai fini della valutazione della qualità dell’intervento. Ai fini di una corretta analisi sistemica, assumono invece rilievo una serie di variabili funzionali: il numero di interazioni interpersonali effettivamente abilitate dal sistema, la capacità di riattivazione e circolazione della memoria biografica, il grado di accessibilità alle occasioni di partecipazione sociale, il livello di supporto alle decisioni autonome e, in termini complessivi, la misura in cui il sistema consente alla persona di mantenere o riattivare funzioni attive di trasmissione, scelta, contribuzione e produzione di tracce significative nel contesto relazionale.
La condizione di solitudine è un fenomeno che riguarda più aspetti della persona perchè da un lato esprime il bisogno di avere accanto altre persone, fisicamente presenti e dall’altro esprime il bisogno di sentire che la propria presenza conta davvero, cioè che si è ancora in grado di influenzare ciò che accade intorno a sé.
Un sistema artificiale può imitare abbastanza bene una conversazione empatica: sa fare domande che sembrano giuste al momento giusto, e riesce anche a tenere insieme quello che gli hai detto prima, come se “si ricordasse” di te. Ma questo non significa che quel valore sia dentro la macchina. Dipende molto da come la usiamo, da che ruolo gli diamo dentro la nostra vita quotidiana.
Può diventare una specie di appoggio pratico: ti aiuta a trovare informazioni senza fatica, raccoglie e ordina contenuti, tiene insieme pezzi di comunicazione che altrimenti andrebbero persi, e in certi casi può anche aprire piccole occasioni di relazione.
Però la parte davvero importante succede dopo, quando l’ibnterazione con la AI è conclusa. La reciprocità esiste solo quando quello che esce dal sistema artificiale entra nella vita delle persone: quando un racconto viene ascoltato da qualcuno e riutilizzato, quando una competenza può essere trasferita, quando un consiglio influisce davvero nella presa di una decisione, e quando un contenuto cambia, anche solo un po’, il modo in cui qualcuno guarda o fa le cose.
È necessario, in tale quadro, definire presidi regolativi chiari. L’utente deve essere posto in condizione di riconoscere in modo inequivocabile la natura artificiale della voce-sistema con cui interagisce, in conformità ai principi di trasparenza e assenza di inganno. Deve inoltre essere garantita la piena titolarità decisionale sui dati generati, con possibilità effettiva di selezione, conservazione e cancellazione delle informazioni prodotte dal sistema. Anche l’eventuale intervento del nucleo familiare deve avvenire esclusivamente su base consensuale certa perchè nemmeno i familiari possono, in caso di piena facoltà di intendere e di volere, sostituirsi alla volontà dell’interessato, questo è fondamentale per evitare episodi di sorveglianza costante e, peggio ancora, di eterotereminazione della relazione. Le funzioni di assistenza e sicurezza, infine, devono essere presidiate da responsabilità umane identificabili, soprattutto nei casi in cui il sistema intervenga su ambiti sensibili quali salute, emergenze o processi decisionali ad alto impatto.
Anche il linguaggio utilizzato dalla macchina richiede, nella sua programmazione, una particolare cura onde evitare che diventi fuorviante a livello emotivo. Un robot può dire “sono qui e posso ascoltarti”, ma se invece dovesse dire “dimmi amore, io sono qui per te e lo sarò sempre, si assiste a una pericolosissima simulazione della dimensione affettiva che appartiene esclusivamente all’esperienza relazionale umana. Chiunque, e non solo l’anziano, rischierebbe di essere emotivamente ingaggiato dal linguaggio di questo genere. A maggior ragione, deve essere preservata la distinzione tra lo strumento e la persona in modo da consentire al fruitore di utilizzare un linguaggio proprio per l’Ai, senza perdere il discrimine il linguaggio confidenziale umano e con la dimensione emotiva che deve restare appannaggio della relazione tra gli uomini.
La signora con cui ho parlato forse andrà davvero a trascorrere l’inverno in una casa albergo. Sicuramente entrerà in una realtà organizzata nel pieno rispetto delle logiche di servizio e prossimità relazionale, nella quale l’aspetto della socialità è guidata e assistita dal team di educatori, in modo da non lasciarla alla sola iniziativa del singolo. Per questo motivo, la vita relazionale quotidiana rientra in un sistema di convivenza regolato e nel quale l’interazione tra gli ospiti è vissuta come componente ordinaria del funzionamento del servizio, lasciando alla rete familiare e amicale esterna il piacere, e non più l’onere, di apportare qualcosa in più.
L’assistente artificiale, di cui si parla, verrebbe ad configurarsi, pertanto, al pari di un’ infrastruttura di supporto alla vita quotidiana, con funzioni di facilitazione cognitiva e operativa. Tra queste si possono annoverare la facilitazione all’ accesso all’informazione, una adeguata mediazione comunicativa, un fondamentale supporto alla memoria autobiografica, a un essenziale orientamento alle attività e stimolo alla partecipazione. L’assistente potrebbe infatti leggere contenuti di svago o di stimolo selezionare musica, agevolare le comunicazioni con la famiglia, fino ad arrivare a strutturare e archiviare ricordi personali e suggerire spunti di conversazione utili a mantenere l’interazione sociale giornaliera.
L’aspetto rilevante, in una prospettiva sistemica, è pertanto l’impatto dinamico che la tecnologia può avere nella dimensione relazionale e sull’autonomia decisionale dell’ospite. È importante che l’interlocutore artificiale mantenga l’immagine di infrastruttura proprio per evitare che possa, via via, essere vissuto come un sostituto della relazione umana, invadendo così lo spazio relazionale e riducendo le interazioni esterne. Se, infatti, lo facciamo lavorare come uno strumento che incrementa lo sviluppo delle abilità, facilita l’accessibilità alle reti sociali interne ed esterne, opera come dispositivo abilitante, rafforza l’iniziativa del singolo nelle faccende quotidiane, si assisterà a una moltiplicazione di connessioni e si ridurrà sensibilmente il rischio di farne un surrogato.
In questo senso, possiamo cogliere che il compito più importante da affidare alla intelligenza artificiale in ambito sociale diventa quello che creare nuove condizioni di accesso alle relazioni umane reali, e impegnandosi a mantenere ben visibile la distinzione tra strumento e soggetto, sarà più facile mantenere la persona al centro del sistema di interazioni.