C’è una realtà che mi è capitato di osservare più volte, in contesti diversi, con persone diverse tra loro ma con una cosa in comune: erano tutte persone di successo. Capitani di industria, professionisti di eccezione, visionari lungimiranti e leader nati, ma accomunati tutti dalla paura del palcoscenico.
Franco non è un caso raro ma è una categoria. Franco è quella persona che dentro le sue stanze sa esattamente cosa fare, come farlo e perché farlo. Ha venticinque anni di esperienza, un curriculum che parla da solo e una capacità di leggere le situazioni che i più giovani faticano ancora, non solo a imitare, ma spesso anche solo a comprendere. Eppure, appena il contesto cambia, appena il palco è di qualcun altro, appena non riconosce le facce di fronte, qualcosa in lui si inceppa. Quel senso di efficacia personale, enorme, solido e verificato mille volte, sembra momentaneamente scomparso.
Franco racconta una situazione che gli è capitata qualche giorno prima. Aveva appena condotto una importante negoziazione con una delegazione straniera assai impegnativa: una lingua diversa ma triangolata dall’inglese, una cultura d’impresa insolita e una cultura nella gestione delle relazioni opposta alla nostra, e proprio in quella sede così sfidante, lui si era sentito un dio. Aveva gestito le obiezioni, aveva sfoderato tutto il suo carisma e era riuscito a portare a casa l’accordo che si era programmato.
Non serve dilungarsi su come il suo team lo abbia celebrato dopo, e di come con elegante e sofisticata modestia, abbia ringraziato e si sia defilato per gustarsi il momento di gloria da solo. Ogni volta che accadevano situazioni di questo tipo la sua autostima volava a mille, l’eccitazione era come quella che provava agli inizi di carriera e la carica verso la prossima sfida risultava al massimo.
Il suo momento di gloria, però, venne interrotto da una telefonata a cui non poté proprio sottrarsi e nella quale ricevette la richiesta di partecipare a uno speech nel suo settore di business: “Vorremmo che tu ci portassi la tua esperienza di imprenditore, quello che hai piacere di condividere con noi, è in calendario il mese prossimo, saremo in circa trecento.”
Franco fu dapprima assalito dal batticuore e poi rapito da un turbinio di pensieri quali “non posso, non ce la faccio, non sono in grado”. Cercò di prendere tempo invocando altri impegni di lavoro, ma, purtroppo, il suo assistente aveva già comunicato che l’agenda di Franco sarebbe stata libera in quella giornata.
Accidenti, “questa proprio non ci voleva” Tuttavia, da gran direttore d’orchestra quale era riuscì a trovare velocemente la via: “ Vi mando Marco, il mio giovane collaboratore che così ha modo di capire che lo stimo molto”
Come è possibile tutto ciò? Le neuroscienze ci offrono una risposta molto chiara, e che amo particolarmente perché ci fa comprendere come questa cosa sia il derivato di un istinto ancestrale che, per fortuna o per sfortuna, non abbiamo mai abbandonato del tutto.
Al di fuori del nostro territorio familiare, il cervello si comporta come se in gioco non ci fosse solo una “nuova esperienza”, piuttosto come se in gioco ci fosse la nostra stessa sopravvivenza.
Il cervello è una macchina straordinaria, svolge il lavoro in modo efficiente applicando perfettamente il principio economico del “minimo mezzo, massimo risultato” ma questo lo fa principalmente quando il contesto è noto e sotto controllo.
Quando, invece, il contesto è sconosciuto, e soprattutto quando c’è esposizione potenzialmente giudicante da parte di un pubblico neutro, il cervello fa qualcosa di molto interessante: si comporta come se la posta in gioco fosse la vera sopravvivenza. Attiva quella parte antica di sé che non ragiona in termini di “posso gestirlo” ma in termini di “sono al sicuro?”. E su un palco, davanti a persone che non si conoscono, la risposta primitiva si traduce spesso in: “non sono sicuro di poterlo gestire”. Da ciò se ne deduce che il problema non è la competenza, non è la forza di carattere, non è nemmeno il coraggio; semplicemente accade che il cervello non ha ancora avuto modo di sperimentare che anche quel territorio è suo, come lo sono molti altri.
Questa consapevolezza è straordinaria perché ci consente di decidere di fare un passo avanti nella collaborazione con il nostro cervello.
Se analizziamo bene la situazione, Franco ha il totale controllo di sé, è un gran maestro nella comunicazione perchè sceglie cosa dire o non dire, quando giocare con i silenzi e sa riconoscere molto bene i meccanismi emotivi degli interlocutori; quello è il suo territorio, la sua “dote” ormai specializzata nei decenni. Il risultato, per lui, è garantito perchè sa stare nella relazione e questa è una competenza che ha coltivato per anni con meticolosità e grande cura.
Diversamente, quando deve esporsi, la dinamica è opposta perché non è più lui a gestire il contesto, ma deve offrirsi al contesto. Questa è una situazione a cui non è mai stato abituato.
Qui non c’è feedback immediato, non c’è trattativa e non c’è la possibilità di governare costantemente la dinamica della relazione; qui c’è un microfono, la sua voce e trecento persone che puntano gli occhi fissi su di lui, e lì, il meccanismo del controllo non funziona più, almeno, non nelle forme in cui Franco lo ha sempre esercitato.
Warren Buffett, uno degli uomini più influenti del Novecento nel mondo degli affari, ha raccontato in più di un’occasione che a vent’anni aveva un terrore così profondo di parlare in pubblico da evitare deliberatamente qualsiasi corso universitario che prevedesse una presentazione. Poi si iscrisse a un programma di public speaking con Dale Carnegie . Quel diploma, ha detto, è l’unico che tiene ancora appeso nel suo ufficio. Racconto spesso questo fatto perché è così che ho capito anchi’io che avrei potuto imparare ad affrontare il pubblico, riuscendo a trasformare il disagio in un apprendimento nuovo, e sfidante, da affrontare.
La paura non passa da sola, serve un piano, un programma, un metodo e una discreta dose di disciplina perché spesso, la paura che si prova sul palco dipende da ciò che, inconsapevolmente, si pensa di sé.
La bella notizia è, quindi, che l’abilità nel public speaking non è un talento innato, ma è una competenza che si può allenare, strutturare e acquisire in modo pieno, esattamente come Franco ha costruito la sua capacità di leggere situazioni complesse, gestire relazioni con dinamiche di potere inusuali e usare il silenzio come messaggio indiscussamente efficace.
Imparare a stare su di un palco significa portare in quel luogo fisico tutto ciò che si è già, farlo con metodo, struttura e la consapevolezza che l’autorevolezza, costruita in anni di lavoro, non scompare al di fuori delle mura aziendali ma aspetta solo di trovare la forma giusta per attraversarle.
Il palco è solo uno spazio che ancora non conosci abbastanza per ritenerlo tuo.